
Un saggio di Jude Ellison Sady Doyle (Tlon, 2021) e una lettera implicita a chi sta diventando donna.
Ci sono regali che si fanno per piacere e regali che portano un messaggio. Quando ho scelto “Il mostruoso femminile” di Jude Ellison Sady Doyle per il compleanno di mia figlia, ho scelto la seconda opzione. Le ho impacchettato un libro che le dice, in più di trecento pagine: non avere paura di essere te stessa, di prenderti il tuo spazio.
Il saggio è uscito negli Stati Uniti nel 2019 col titolo originale Dead Blondes and Bad Mothers — bionde morte e cattive madri, una scelta pop e tagliente che la traduzione italiana di Laura Fantoni, edita da Tlon nel 2021, ha sostituito con un titolo più istituzionale: Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne. L’autore-autrice, di origini statunitensi e dichiaratamente non binario, scrive di femminismo, cinema e cultura di massa per testate come «The Guardian», «Elle» e «The Atlantic».
La tesi attorno cui ruota il saggio è semplice e spietata: l’Occidente patriarcale ha sempre raccontato le donne come mostri, e l’ha fatto perché ne ha paura. Una gabbia, scrive Doyle, ha sempre due funzioni: tenere dentro la creatura che imprigiona e proteggere chi sta fuori. La misoginia, in questa lettura, non è disprezzo, è terrore travestito da disprezzo.
Il libro è costruito su una tripartizione che corrisponde all’unico itinerario che la cultura patriarcale concede alle donne: figlie, mogli, madri. Ogni sezione parte da un fatto reale, un caso di cronaca, una vita dimenticata, e da lì risale ai prodotti culturali che quel fatto ha generato o che lo specchiano. Reagan ne L’esorcista come metafora della pubertà femminile e della perdita di controllo dei padri sul corpo delle figlie. Lilith, le sirene, le fate, le streghe come proiezione dell’angoscia maschile davanti all’autonomia sessuale delle mogli. Norma Bates di Psycho e la madre di Ed Gein come maschere della paura per il potere generativo delle madri. La T-Rex di Jurassic Park, Carrie, le ragazze di Giovani streghe: ogni archetipo viene rovesciato come un guanto.
Doyle scrive con un’intelligenza affilata e un humour nero che alleggerisce il peso dell’argomento senza mai banalizzarlo. Non è un saggio accademico, è un saggio narrativo di quelli che si leggono come un romanzo gotico, con l’avvertenza che i mostri di cui si parla non sono di carta.
Michela Marzano, su «Robinson», l’ha definito «scomodo, irriverente, a tratti persino violento», e ha colto il punto: questo libro non vuole consolare, vuole spronare.
Perché regalarlo a mia figlia? Credo la risposta sia quasi scontata, ma lo spiegherò ugualmente. Perché nell’età in cui una ragazza inizia a fare i conti con tutti gli sguardi che la misurano, nel corpo, nella voce troppo alta, nella rabbia che non si dovrebbe avere, nell’ambizione che non si dovrebbe mostrare, un libro che le dice che il mostro non è lei, ma il riflesso che gli altri proiettano su di lei, è uno strumento di sopravvivenza. È una mappa per riconoscere la trappola, e una mappa per uscirne.
Confesso che è anche un libro che avrei voluto avere io a vent’anni. Avrei impiegato meno tempo a capire che certi epiteti, come isterica, esagerata, pesante, troppo, non descrivevano me, ma la difficoltà di chi me li tirava addosso a contenermi. Avrei smesso prima di chiedere scusa per occupare lo spazio che mi spettava.
Una sola avvertenza, da lettrice esigente quale sono: il libro è ricchissimo ma a tratti procede per accumulo, e qualche collegamento appare più suggestivo che dimostrato. Non è un’enciclopedia, è un manifesto. Va letto come tale con la matita in mano, per discuterlo e sottolinearlo.
Ho apprezzato la dedica alla figlia, che a mia volta rivolgo alla mia:
“Sii feroce, sempre”.
Jude Ellison Sady Doyle, Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne, traduzione di Laura Fantoni, Tlon, Roma 2021.
Irene



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