C’è un pregiudizio duro a morire: che il romance sia letteratura di serie B. Intrattenimento leggero, storie prevedibili, roba da treni e ombrelloni.
Io non ci ho mai creduto.

Il romance è uno dei pilastri della narrativa di genere. Racconta il desiderio, la vulnerabilità, la forza che ci vuole per aprirsi a un’altra persona, per rialzarsi quando si cade e per riprendere a fidarsi di nuovo di qualcuno, e lo fa con regole precise, una struttura rigorosa, e, soprattutto, un patto chiarissimo con la lettrice e con il lettore. Quel lieto fine non è una scorciatoia: è una promessa. E mantenere una promessa, nella narrativa, è una delle cose più difficili che esistano.
I numeri, del resto, parlano da soli.
Nel 2024, in un mercato editoriale italiano in flessione, i libri romance hanno venduto circa 5 milioni di copie, superando i 56 milioni di euro di fatturato, con una crescita del 9,6% a copie rispetto all’anno precedente. Significativo anche il dato sull’autorialità italiana: le autrici nostrane hanno raggiunto il 52,6% del totale delle vendite romance, con una crescita del 48,7% rispetto all’anno precedente.
Nel mondo anglofono il fenomeno è ancora più strutturato: il romance rappresenta oltre un terzo delle vendite nel formato tascabile di massa, e negli ultimi anni ha registrato una crescita del 52% su base annua.
Chi legge romance? L’82% sono donne, con una fascia d’età principale che si è allargata dai 35–54 anni di un decennio fa ai 18–54 di oggi. La Gen Z legge più romance di qualsiasi altro genere, e i social, e mettiamoci BookTok in testa, hanno trasformato la lettura in un’esperienza collettiva e identitaria. Quindi si tratta di una generazione in cui la lettrice non è passiva, tutt’altro, è esigente, fedele, connessa, capace di far esplodere le classifiche.
È a questa lettrice che voglio parlare. È per lei, e con lei e insieme a tante altre amiche autrici romance, che ho deciso di entrare a far parte di RomanceApp.
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Alla prossima!
Irene



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