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Una piccola raccolta di storie che ho scritto nel tempo, e che ti lascio qui da leggere liberamente. Alcuni sono racconti pubblicati altrove, altri estratti dei miei romanzi: pagine scelte come piccolo benvenuto per chi si affaccia al mio mondo narrativo. Buona lettura.
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Titolo racconto: La Playa di Manuel Antonio
Genere: Romance contemporaneo
Trope: Age gap, second chance
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Racconto pubblicato su Romance Magazine (Dicembre 2013)
LA PLAYA DI MANUEL ANTONIO
Irene Pecikar De Colle

– Te quiero… – La voce che proviene dall’iPhone è calda e dolce. Sensuale. Poi la registrazione si interrompe. L’ho riascoltata mille volte. Non ho mai risposto a questo messaggio.
Mi lascio cadere sulla poltrona dello studio. Guardo lo smarthphone, ancora in mano, come se potesse dare le risposte alle domande che mi assillano.
Cerco di concentrarmi di nuovo sul lavoro. Scrivere romanzi storici richiede un certo impegno, soprattutto di preparazione. Non si può mica inventarsele le cose, mi ripeto.
Ho lasciato i due protagonisti sul più bello. Hanno appena scoperto di essere innamorati. E si sono amati, un’intera notte di passione, in un capanno in riva al fiume. Lui ora parte per una missione militare. Che disdetta, scoprirsi innamorati dopo tanti anni che si conoscono e ora doversi separare…
Nulla! Non sono davvero in grado di concentrarmi. La voce suadente di Andrés, ancora nell’orecchio, mi distrae. Riprendo il cellulare e riascolto il messaggio vocale.
– Te quiero… – A dirla tutta, ora mi sembra che il tono sia quasi supplichevole. Oh, Andrés, anch’io te quiero… ma non dovrei.
Due mesi prima
– Non mi cadrai mica in depressione, vero? – mi sprona Sarah, dopo il mio ennesimo rifiuto ad accettare i suoi appuntamenti combinati.
– Ma no, che dici? È solo che non mi va di uscire…
– Sì, certo. E cosa conti di fare sabato sera?
– Be’, quello che ho sempre fatto… – Poi mi fermo a riflettere. Io e Sarah ci guardiamo. – Lavorerò – annuncio infine, alzando le spalle. – Ho anche del lavoro arretrato.
– Devi abituarti a questa nuova situazione, Elisa. Ci saranno dei fine settimana in cui Giorgia sarà con suo padre, e tu non puoi startene tappata in casa. Si è chiusa la tua relazione con Massimiliano, ma la vita continua. Hai trentasette anni, caspita, goditi un po’ la vita!
– Non cominciare con questi discorsi…
– Ma guardati, sei una donna molto attraente. Avresti una schiera di ammiratori, se solo uscissi di casa.
– Ti ringrazio… – fingo un sorriso. – Forse non sono interessata a essere corteggiata, ci hai mai pensato? – chiedo, inacidita.
– Non dire scemenze… A tutte le donne fa piacere essere corteggiate! – ribatte lei, risoluta.
– Cosa ti piacerebbe fare? Pensa a qualcosa che hai sempre sognato – interviene Federica che fino a ora è rimasta in silenzio.
– Nulla…
– Pensaci bene. Mi hai detto che Giorgia andrà in montagna con Massimiliano per due settimane durante le vacanze di Natale. E tu che farai? Hai del tempo per te, perché non ne approfitti? Un viaggio?
– Viaggiare mi è sempre piaciuto, ci sono posti meravigliosi che visiterei molto volentieri, ma…
– Niente ma! – si intromette Sarah. – Piuttosto, dove?
__________ . __________
Sono appena atterrata all’aeroporto Juan Santamaría di Alajuela. L’aria calda mi avvolge come un abbraccio. Il viaggio è stato lungo, ma credo ne sia valsa la pena. Vivan siempre el trabajo y la paz! leggo su un depliant. Mi guardo attorno. Qui la gente sembra felice. Mi viene in mente l’immagine di Milano, grigia e fredda. Evito di pensare al Duomo illuminato, alle luci natalizie che invadono le strade. Un punto per il Costa Rica. Sono partita di sabato mattina, ed è ancora sabato… Mi sento più giovane.
Il resort che Sarah ha scelto per le mie due settimane di vacanza dista due ore e mezza. Durante la trasferta mi addormento. Mi sveglio all’arrivo. Sono alla Playa de Manuel Antonio; il sole è già inghiottito dall’Oceano e la luna sovrasta brillante il paradiso. Sembra di essere in un poster.
Dopo essermi sistemata nel bungalow, essermi fatta una doccia e aver mandato un’email a Sarah e una a Massimiliano, esco. Al bar sulla spiaggia, spizzico qualcosa. C’è gente, musica. Guardo l’orologio. In Italia è già mattina, qui il cuore della notte. Sono un po’ stanca, ma il jet lag non mi pesa, per ora. La mia vita è sempre piuttosto irregolare, amo lavorare la notte. Sarà per questo. In quanto all’essere passata da un rigido inverno a piena estate, non mi dispiace affatto. Da quando ero bambina, ho sempre avuto un debole per il mondo latino americano. Non mi sembra vero di essere qui. Mi guardo attorno, e realizzo per un attimo di essere sola. Provo una fitta di malinconia. Non mi posso abbattere, però, sono nel paradiso terrestre… Vado verso la Playa Espadilla. Passeggiare in riva al mare mi ha sempre rilassato. Con l’Oceano sarà uguale. Non so da quanto non lo facevo. Da prima che nascesse Giorgia, probabilmente.
Altra fitta. La nostalgia di casa, di Giorgia… Avverto un rumore. Mi giro e vedo un ragazzo che mi sta guardando. Nella penombra riesco a distinguere i lineamenti e un sorriso che mi lascia senza fiato.
– Hola, como estas? – mi chiede, avvicinandosi ancora e osservandomi. Il mio spagnolo è piuttosto carente, ma non è il momento di esitare.
– Hola… todo bien – che altro potrei rispondergli? Certo non posso dirgli eres muy guapo… Anche se lo penso: è davvero un bel pezzo di ragazzo. Un fisico asciutto, la barba appena accennata. Però non lo conosco, ancora.
– Como te llamas? – mi chiede, ormai a pochi centimetri da me. Il viso sorridente, lo sguardo che incanta.
– Elisa y tu? – rispondo sentendomi un’adolescente.
– Andrés – e mi posa un bacio sulla guancia. Per un istante resto smarrita, ma ricambio il bacio, farfugliando un piacere di conoscerti, Andrés. Eh sì, è un vero piacere.
– Pura Vida, Elisa, mucho gusto – fa lui. Ho letto sul depliant che Pura Vida riassume la filosofia di vita del Costa Rica. Quanto mi piace questo posto…
– Y de donde eres, de Italia? Por tu acento…
– Sì, soy italiana, de Milano.
– Y que haces en Costa Rica?
– Estoy en vacaciones… Le mie amiche mi hanno regalato il viaggio – anche se parlo italiano, sembra che ci capiamo. Bene.
– Tu vivi qui? – gli chiedo.
– Nope, soy de la capital. Esperas a alguien, Elisa? – si informa. Si sta interessando a me? Sono un po’ arrugginita, ma devo riconoscere che Sarah ha ragione: a noi donne piace farci corteggiare… Insomma, se fosse lui a corteggiarmi, mi piacerebbe.
– No, estoy sola – dico. Mi fa cenno di seguirlo e si incammina lungo la spiaggia. Io non so perché ma lo seguo, come se fosse la cosa più naturale del mondo. La musica in lontananza, la risacca delle onde, la brezza che ci accarezza la pelle e fa parlare gli alberi. Come mi sento poetica stanotte. La luna che d’un tratto lo illumina. È proprio bello. E anche giovane. Chissà quanti anni avrà?
Mi sorride e iniziamo a parlare del più e del meno, come se lo avessimo sempre fatto.
________ . _________
Sono arrivata da sei giorni. Mentre faccio la doccia, penso che li ho trascorsi tutti con Andrés. È incredibile come si possa conoscere da poco una persona e sentirla così vicina, tanto da confidargli cose che difficilmente si riesce a dire ad altri. Andrés mi ha presentata ai suoi amici: sono al termine della loro vacanza qui. A parte qualche occhiata tra le ragazze, a cui chissà che commenti sono seguiti, mi pare sia andata bene. Con Andrés abbiamo scoperto di essere molto simili. Di avere passioni in comune. Ci siamo divertiti a cavalcare le onde con il surf e abbiamo fatto un giro con il kayak. Ho insistito per visitare il Parque Nacional Manuel Antonio, un’esperienza bellissima. Ci divertiamo molto insieme, perfino a guardare film romantici. Mi sembra di conoscerlo da sempre. Ieri sera ho voluto affrontare la verità, gli ho chiesto quanti anni ha. Sto bene quando sono insieme a lui, non sento alcuna differenza di età. Però ha venticinque anni, ed è un dato di fatto. Al pensiero che oggi dovrò salutarlo…
Sento bussare, mi avvolgo nell’asciugamano e vado ad aprire. È lui.
– Hola, guapa, come stai? – chiede sfoderando il suo sorriso e il suo italiano, che sta imparando rapidamente. Ci scambiano due baci sulla guancia.
– Bene, Andrés, entra, tra un minuto sono pronta – dico, avviandomi alla camera. Sento i suoi occhi su di me. – Come va con te? – gli chiedo attraverso la porta, infilando una maglietta.
– Bien… – risponde con poco entusiasmo. Lo raggiungo nel salottino.
– Cosa c’è? – chiedo. È stranamente serio.
Si avvicina. Mi accarezza il viso con i polpastrelli. Sorpresa, resto immobile. Ci guardiamo. Potrei perdermi nei suoi occhi azzurri. Mi abbraccia e il contatto con il suo corpo mi fa un piacevole effetto. Mi sento accolta, protetta. Come se il mio posto fosse sempre stato insieme a lui. Appoggio la testa sulla sua spalla.
– Vieni via con me, linda – mi sussurra, col suo accento ispanico.
Calore. Emozione. Mi sento confusa, ma rispondo senza esitazione. – Sì…
Le nostre labbra si sfiorano. Si assaggiano. Socchiudo gli occhi. È qualcosa che mi investe. E mi spaventa.
I baci si fanno più profondi. Sento le sue mani addosso. La sua bocca sul collo. Mi cedono le gambe. La passione esplode, travolgendoci. Potrei perdere il controllo, e vorrei lasciare che accadesse. Ma non sono pronta.
Stiamo percorrendo la Autopista Próspero Fernández, ancora pochi chilometri e lasceremo la macchina a noleggio a casa di Andrés. Lungo la strada ha chiamato per avvisare che ci sarebbe stata un’ospite. Ci sono tante cose che vuole farmi vedere della sua città e delle tradizioni natalizie costaricane. Mentre guido, con la preoccupazione di sbagliare direzione, e non solo, lui mi accarezza dietro la nuca. Ci sorridiamo.
Arriviamo davanti casa sua e, scesi dalla macchina, la prima a salutarci è un batuffolo di pelo bianco. L’amore per gli animali è una delle cose che ci accomunano. Subito dopo appare sulla soglia un uomo. È il padre di Andrés. Per fortuna non siamo coetanei. Mi squadra e non credo gradisca molto la mia presenza. Lui nota di certo la differenza d’età tra me e il figlio.
Pochi minuti e siamo già fuori in cerca di un albergo nelle vicinanze.
San José a dicembre è una festa continua. Ci spostiamo a piedi e con gli autobus, allegri e variopinti. Andrés vuole farmi conoscere la zona di Zapote, imperdibile sotto Natale. Vengo investita dalla musica e dagli odori di cibo e zucchero filato, che mi ricordano le fiere del paesino dove sono cresciuta, ma è tutto molto più in grande. La gente si diverte, mangia e fa festa intorno all’arena. Prendiamo della carne asada, tipo brasato. Poi non resisto e assaggio i churros e le mele caramellate. Dentro l’arena c’è lo show con i tori. Esito.
Andrés mi sorride e mi spiega che ai tori non viene fatto nulla. – Sono los toreros improvisados che rischiano un po’… – mi chiarisce, mettendomi il braccio sulle spalle e dandomi un bacio. Entriamo e ci sediamo sugli spalti. C’è una gran confusione. Dagli altoparlanti, qualcuno commenta lo show. Ora c’è il juego de las cajas: due uomini in piedi su delle casse che cercano di non cadere all’arrivo della carica del toro. Chiudo gli occhi, un po’ impressionata. Ma poi noto che è un gioco, e che tutti sembrano essere rilassati. E mi godo lo spettacolo che si chiude in serata con i fuochi d’artificio. È tutto diverso qui. È pura vida. E io mi sento viva più che mai. C’è qualcosa di intenso che unisce Andrés e me, a volte mi sembra quasi che lui possa leggere i miei pensieri.
________ . ________
Trascorriamo il Natale insieme, in casa. Alla famiglia di Andrés non vado a genio, questo è chiaro, e posso ben capire, ma forse il fatto che io sia di passaggio aiuta a far scorrere il tempo in un clima sereno.
All’ora di pranzo ricevo la telefonata di Giorgia, vuole darmi la buonanotte prima di andare a letto. Non ho mai parlato di lei ad Andrés. Sono due mondi che non si incontreranno mai, che senso avrebbe? Entrambi vorrebbero conoscersi, mi farebbero domande, sono sicura che si piacerebbero pure. Ma ormai il tempo per me e Andrés è finito, che futuro mai potremo avere insieme?
________ . ________
Oggi
Cammino avanti e indietro. È tutto cambiato. Io sono cambiata. Possibile che da quando lui ha smesso di cercarmi io non riesca a combinare più nulla? Riascolto il messaggio: – Te quiero.
Sono passate due settimane. Quanto vorrei sentire la sua voce, ancora. Ma che senso avrebbe? Mi sento vuota, come se una parte di me fosse rimasta in Costa Rica, persa per sempre, insieme a lui. Mi appiglio alla mia parte razionale: sicuramente mi avrà già dimenticata. Avrà conosciuto la ragazza giusta per lui, del suo Paese. Devo solo attendere che il tempo lenisca il dolore che provo. Ripenso alle giornate trascorse assieme, ai suoi sorrisi. A ciò che ci siamo detti. Ai suoi baci. Alla notte prima della partenza. I nostri corpi nudi. La pelle sulla pelle. Le mani intrecciate. Abbracciati, seduti sul letto, i nostri corpi si fondevano e con loro le nostre anime.
Il cellulare suona. Passo le dita sotto gli occhiali e mi asciugo le lacrime. Andrés. Non ha mai fatto una chiamata internazionale, prima.
Esito. Continua a squillare. Rispondo.
– Pronto? – riesco a dire emettendo un suono incerto.
– Elisa, eres tu? – La sua voce mi scombina i sensi.
– Sì… – dico, senza fiato.
– Soy Andrés. Estoy en Milano. Desidero vederti.
Sono incredula, sorpresa, felice. Molto felice! Proprio nel momento in cui avevo più bisogno di lui, riappare. È qui! Gli do l’indirizzo. Giorgia è con Massimiliano stasera. Sono fuori di me.
Ci abbracciamo e baciamo già sulla soglia. Mi sento travolgere dall’emozione. In questo mio mondo la differenza d’età tra di noi non conta, è solo un dettaglio irrilevante. Mi sento una sciocca per aver pensato di poter rinunciare a lui.
– Come mai sei venuto? Io… – Non trovo le parole.
– Te amo, Elisa, e sono abbastanza certo che mi ami anche tu, perché dovrei dimenticarti?
– E la tua famiglia?
– Vuole il mio bene…
– E il tuo lavoro?
– Per ora sono in vacanza, poi troveremo una soluzione.
– Sai, c’è una cosa che non ti ho detto. Non ritenevo fosse il caso: non credevo ci saremmo più rivisti.
– Bueno, che hai una niña di sette-otto anni che si chiama Giorgia? – mi dice con calma, baciandomi sulla fronte.
Lo guardo dubbiosa.
– Ho notato la foto che ti porti dietro… la telefonata a Natale.
– Mi dispiace non avertene parlato.
– Non importa, sono sicuro che andremo d’accordo.
– Ne sono sicura anch’io.
Ci baciamo, certi che quando c’è l’amore, in un modo o nell’altro, ogni ostacolo può essere superato. E mi balena l’idea che scrivere i miei romanzi in un paese meraviglioso non mi dispiacerebbe. Ora tra le braccia di Andrés mi sento di nuovo a casa.
© Irene Pecikar De Colle
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Titolo racconto: Miss Luoisa Musgrove
Genere: Romance storico
Ispirato al personaggio di Jane Austen
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Miss Luoisa Musgrove
Di Irene Pecikar De Colle
Anni fa la blogger (Il diario della Fenice) mi ha chiesto di partecipare a uno speciale sui classici scrivendo un breve racconto inedito ispirato a uno dei personaggi secondari di un grande classico a mio scelta.
Così è nato “Miss Louisa Musgrove” ispirato a “Persuasione” di Jane Austen.

Aprì gli occhi, a fatica. La testa le duoleva e non riusciva a capacitarsi. Era distesa su un giaciglio. In una casa che non conosceva. La stanza era piccola, con il soffitto basso e i travi a vista. Era tutto ciò che poteva scorgere, nella penombra rischiarata appena dal bagliore della fiammella tremolante di una candela. Cosa ci faceva mai in quel posto?
Si tirò su per sedersi, ma un capogiro la fece ripiombare all’indietro. La testa pulsava terribilmente. Passò d’istinto una mano sulla nuca dolente e si rese conto che era fasciata.
Sull’uscio si avvicinò l’ombra di un uomo. Troppo lontano per vederlo in volto. Doveva essere lui, il capitano che tutti vedevano così bene al suo fianco.
“Capitano, Wentworth?” chiese con un filo di voce. Non ricevette risposta e chiunque fosse si allontanò chiudendo la porta dietro di sé.
Fu in quel momento che si accorse che in fondo alla stanza, su di una poltrona, Mary stava riposando al suo capezzale.
Incominciava a ricordare. Sul molo aveva civettato col capitano e lui doveva averla mancata quando si era gettata tra le sue braccia dall’alto. Che imprudenza. Era stata proprio una sciocca.
Ma dov’era Anne, perché non era con lei? Era l’unica che sapeva come prendersi cura delle persone che amava, non per nulla tutti le volevano bene, e ora l’avrebbe voluta al suo fianco.
Mary era diversa. Non era certo cattiva, ma invidiosa, petulante. Sì, era una persona irritante, per la maggior parte del tempo. Charles non avrebbe dovuto sposarla, quando Anne aveva rifiutato la sua proposta di matrimonio. Chissà perché aveva creduto che Mary, solo per essere la sorella di Anne, avesse potuto rivelarsi una buona moglie. A parer suo non lo era affatto. Ma lei era poco più di una bambina quando i due si erano sposati.
Ma, a ogni modo, non erano questioni che la riguardavano. E rimuginarci su ora con la pressione sulla nuca e quella nausea crescente, era fuori luogo.
Cercò di allungarsi verso la brocca dell’acqua, senza far rumore. Non voleva svegliare Mary, non l’avrebbe retta.
Con cautela si mise a sedere e fece scendere le gambe su di un lato del letto. A parte il cuore che sentiva pulsare convulso in ogni parte del corpo, trafiggendole i pensieri con lame invisibili, tutto sembrava a posto. Fece per alzarsi e cadde rovinosamente a terra.
“Louisa! Oh, cara…” Mary gridò come fosse allarmata, rimanendo seduta immobile sulla poltrona. “Charles! Charles, vieni subito!” la sentì chiamare, in tono isterico.
Louisa non riusciva ad alzarsi e la nausea, ora terrificante, si impossessò di lei.
In un istante Charles e un altro uomo entrarono nella stanza e la rimisero di peso nel letto. Con delicatezza.
“Non devi alzarti, cara. Come ti senti? Il dottore dice che ti riprenderai, ma devi riposare e muoverti il meno possibile” la redarguì con affetto il fratello.
“La testa mi scoppia… Dov’è Anne?” chiese d’istinto. “E il capitano Wentworth, vorrei scusarmi con lui” aggiunse.
“Stai tranquilla ora, sono andati entrambi ad avvisare i nostri genitori” spiegò Charles. “Riposa, il medico ti visiterà di nuovo domattina”.
“Charles…” Sussurrò, vedendo che si prestava a lasciare la camera.
“Dimmi” disse lui avvicinandosi al suo viso.
“Fai uscire Mary, per piacere. Preferisco che non stia qui”.
“Ma Louisa, non c’è nessun altro e non puoi rimanere sola”.
“Rimarrò io a vegliare su Miss Musgrove, se lo permettete, Charles” si fece avanti l’uomo che Louisa non era riuscita ancora a vedere bene in volto, accostandosi. Lo riconobbe in quel momento. Era uno dei compagni d’arme del capitano Wentworth.
“Be’, James, non sarebbe certo consono, ma d’altra parte…” Charles acconsentì, guardando verso Mary. “Mia moglie deve riposare e io star con lei. Visto che questa è casa sua, James, ed è stato così cortese da darci ospitalità in questo momento così drammatico… Anche se non vorrei approfittare della sua generosa accoglienza”.
“Ma per me non sarà di alcun disturbo occuparmi di Miss Musgrove, anzi, credo che farà bene anche a me distogliere la mente dai miei pensieri, almeno per un po’” aggiunse l’uomo.
“Allora, non vedo perché dovrei oppormi. Non esitate a chiamarmi, per ogni necessità”. Poi si affiancò alla moglie Mary e, porgendole il braccio, aggiunse: “Ci ritiriamo nella vostra stanza e domani troveremo una sistemazione, così da non dover essere d’intralcio alla vostra vita. Siete stato fin troppo generoso con noi, James”.
“Non ho fatto nulla di più di quel che farebbe chiunque altro” sminuì il capitano Benwick. Ora, Louisa ricordava il nome dell’uomo. E si rammentò che era stato per tutto il tempo, durante quella disastrosa passeggiata, in silenzio. Era da poco vedovo e sembrava non ritrovare più la voglia di gioire per una nuova alba.
Quando Charles e Mary lasciarono la stanza, il capitano sollevò la poltrona e la sistemò accanto al letto.
“Cercate di chiudere gli occhi adesso. Io non mi muoverò da qua” la rassicurò, aprendo un libro di poesie.
“Cosa state leggendo, capitano Benwick?” domandò Louisa, con un filo di voce.
Lui accennò un sorriso. La luce fioca evidenziò i tratti delicati che si nascondevano sotto la barba. Gli occhi erano un misto di dolore e passione. Era un bell’uomo; come mai non lo aveva notato prima?
Be’, le sue attenzioni erano rivolte verso il capitano Wentworth. Era divertente amoreggiare scherzosamente con lui che sembrava corrispondere ed era un ottimo partito, oltre che un uomo molto piacevole e di buone maniere. Tuttavia, Louisa non si era mai soffermata veramente e non si era ancora interrogata sui sentimenti che provava. Era per lo più un gioco, una sfida con le altre possibili pretendenti.
“Volete essere così gentile da leggere qualcosa per me, capitano Benwick?”.
Senza esitazioni, l’ufficiale ubbidì. Il tono dolce e pacato. I versi struggenti. Era tutto perfetto. Louisa abbassò le palpebre e Morfeo la accolse tra le sue braccia. Per un momento le parve che le labbra del capitano si posassero delicate sulla sua fronte, ma forse era solo stato un desiderio, inaspettato.
Tempo dopo
“Perché avete convinto Charles e mio padre a farmi rimanere nella vostra casa?” chiese Louisa, durante la passeggiata lungo la spiaggia.
“Avete sentito cosa aveva asserito il medico” accennò James.
“Sì, lo so. Ma ora sto meglio…”.
“Volete andar via?” si informò lui, senza alcun segno che facesse trapelare un suo possibile interesse.
“Non ho detto questo” concluse Louisa.
Il mare era uno spettacolo meraviglioso. Rapiva, con lo schiumare dei suoi flutti. E con lo sciabordio quietava gli animi.
La brezza soffiò lieve sulle sue gote. Aveva qualcosa dentro. Un sentimento che era pronto a esplodere. Ma che doveva essere tenuto segreto, sigillato nel cuore. C’era la questione del capitano Wentworth ancora in sospeso. Le voci la vedevano già sua sposa. Niente di più mendace. Da quando era partito, non l’aveva più rivisto. Sapeva che aveva chiesto notizie sul suo conto, ma era chiaro che anche per lui si era trattato di facezie senza significato alcuno.
Ora Louisa e James, così l’uomo che l’ospitava e gli leggeva commoventi poesie le aveva chiesto di chiamarlo, raggiunsero il molo. Lei però lo nominava a quel modo solo nei suoi pensieri.
Camminavano vicini senza dirsi nulla, già da diversi minuti. Le note speziate del profumo di lui erano delicati campanellini che l’attraevano. Sorrise tra sé, non voleva lui lo capisse che non le era indifferente. Il decoro e l’educazione erano importanti per le ragazze di buona famiglia e non avrebbe disatteso le convenzioni, sebbene il confine fosse oramai fragile.
A un tratto James si fermò e sembrò contemplare l’orizzonte.
Si guardarono per un istante. Occhi rapiti. Bocche sorridenti. Lo sguardo di lui accarezzò il viso di Louisa, lungo i contorni, per posarsi e indugiare sulle labbra.
Cosa le stava accadendo? Cos’era quella calda emozione che le invadeva l’anima?
Lei cercò di rallentare il battito del cuore. Respirò lentamente. A fondo. Non voleva arrossire, non ce n’era motivo. Continuava a ripetersi che lui non era interessato ed era solo gentile e ospitale. Altrimenti si sarebbe già fatto avanti, di occasioni ne aveva avute. Forse era meglio così: come avrebbe fatto a competere con l’amore travolgente che James aveva provato per la sua defunta moglie?
Louisa chiuse gli occhi per un istante, immaginando di essere altrove. Lontana dalla tentazione di quell’uomo accanto. Doveva allontanarsi dalla sua casa e da lui, ora che la sua guarigione era ormai giunta. Anche se ogni cosa glielo avrebbe fatto ricordare perché era sempre nei suoi pensieri, ormai. La prima immagine che le si affacciava alla mente al risveglio, l’ultima un attimo prima di addormentarsi. E i sogni? Come dimenticare i magici momenti che vivevano la notte nelle sue fantasie più recondite? Inconfessabili.
Accelerò il passo, quasi pronta a fuggire dal suo tormento.
Ma mani ferme le cinsero la vita.
“Desidero baciarti, da morire” sussurrò lui, prima di schiudere le labbra sulle sue.
Un bacio delicato. Straziante e, infine, ardente.
“James” riuscì a dire Louisa, prima di abbandonarsi al sicuro tra le braccia del suo capitano.
© Irene Pecikar De Colle
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